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14 Settembre 2015

Incontro e confronto sulla storia e l’evoluzione dei vitigni autoctoni sardi: nel passato, nel presente e nel futuro

La conferenza organizzata dall’Associazione Young Sardinia, denominata “Cagliari culla del mediterraneo, al centro della storia e della produzione vinicola” si è svolta a Cagliari, presso la sala conferenze del Parco del Molentargius, in occasione del Poetto Wine Festival. E’ stata un’occasione molto interessante d’incontro e confronto, sulla storia e l’evoluzione dei vitigni autoctoni. Il moderatore per l’occasione era Angelo Concas. Ci sono stati diversi interventi di addetti al settore molto competenti in materia.

Franco Campus ci ha parlato in particolare delle scoperte archeologiche in campo enologico in epoca nuragica. A Ittireddu con il ritrovamento di una brocca 9° secolo a.c. circa 30 anni fà, che con le analisi moderne ci ha portato testimonianza della produzione di vino in quell’epoca. Presenze di silos e recipienti di pregio occultati sottoterra non sono stati da meno. Grazie ai bronzetti rinvenuti e presenti in diversi musei con la raffigurazione dei carri trainati da buoi abbiamo testimonianze, che all’epoca i nuragici erano all’avanguardia nella produzione vinicola con mezzi che permettendo una maggiore produzione.
Non si poteva non citare “Sa Osa” con i ritrovamenti più recenti di vite e acini all’interno di pozzetti in un villaggio del 13° a.c. La testimonianza più datata che ci è pervenuta e che riscrive la storia enologica del Mediterraneo. Il vino all’epoca era anche utilizzato anche in manifestazioni funerarie i cui contenitori legati al vino ci sono pervenuti. Sono state ritrovate anche brocche del 10°secolo a.c. in comune con il resto del Mediterraneo, che erano molto apprezzate per il contenuto.

In definitiva la storia enologica del Mediterraneo è da riscrivere in quanto vede la Sardegna in posizione centrale non solo geograficamente ma all’avanguardia nella produzione del vino nell’età del bronzo, con propri vitigni autoctoni, in netto contrasto a quanto ci hanno sempre fatto studiare.

Luca Mercenaro e Gianni Lovicu hanno raccontato l’importanza dei vitigni autoctoni sardi nel panorama del 4% del vigneto Italia. Si è citata Agris che ha fatto test scientifici su 473 profili genetici, 50 profili aromatici, 70 profili sensoriali , 100 profili aromatici, per citarne alcuni. Fa pensare il fatto che il Vermentino a fine 800 veniva considerato vino da tavola e oggi è uno dei vitigni principali sardi per la vinificazione. Si è parlato di vitigni minori come Granazza (granacci, vernatza, aregu, vernaccia di S.Rosalia) vitigno unico e sardo (produttivo, rustico e da invecchiamento. Monica bianca (Mora bianca, Pancale) produttiva, fiore femminile, rustica, sapida da invecchiamento. Ulteriori ricerche fatte sui vitigni rossi in particolare ha evidenziato le sostanze presenti nell’uva che passano nel vino. Parliamo di antiossidanti e radicali presenti nel Muristelli, Bovale e Niedda Carta (presente fra Seui e Seulo) con affinità con il Sciaccarellu presente in Corsica.

Piero Cella intervento sul Nieddera ha evidenziato la difficoltà di lavorare e cercare di salvare un vitigno che con particolari accortezze dà grandi soddisfazioni. In particolare l’azienda Contini si è prodigata alla salvaguardia degli esigui ettari vitati ancora presenti che in fase di vinificazione si avvalgono di un altro vitigno sconosciuto ai più, il Caddiu.

Davide Orro è intervenuto sulla Vernaccia di Oristano. La premessa è stata che in passato accompagnava lo scandire di tutta la giornata. Vino unico dal punto di vista sensoriale e culturale. Grande vino figlio del vitigno, Flor in simbiosi e affinato (non invecchiato ci tiene a precisare). Particolare la riflessione sul comportamento del flor e l’evoluzione osservando le proprie 30 botti. Queste a distanza di qualche settimana anche se con vino base medesimo presentano sempre caratteristiche differenti. L’unica cosa da fare nel caso di questo grande vino è avere un prodotto di base buono, per il resto bisogna aspettare. Nuove sperimentazioni sul vitigno vinificato in bianco hanno portato alla produzione di vini bianchi e alla produzione di un passito, questo per aiutare economicamente l’azienda a non far estinguere il vitigno e il vino.

Gian Michele Columbu ha avuto il compito di parlare ai presenti di un altro grandissimo vino regionale di grande prestigio che segue le sorti della Vernaccia, la Malvasia di Bosa. Produzione attuale di 300 ettari, 6 produttori e meno di 30 ettari di produzione attribuibili alla DOC. La chiusura della cantina sociale che catalizzava la produzione dei vigneti è stata una nota negativa per la produzione in vigna delle uve. Vigneti esposti Sud-Ovest altitudine fra i 70 e i 200 metri grande sapidità e vino fluorizzato in botti scolme. A differenza della Vernaccia che era affinata in botti più grandi e locali differenti. Oltre alla classica Malvasia anche qui si assiste alla lavorazione di nuovi vini dall’amabile, allo spumante, al passito per sostenere economicamente la produzione.

Daniele Manca è intervenuto per parlare del Semidano. Vino che si identifica con Mogoro nella DOC Sardegna Semidano per complessivi 30 ettari totali vitati di cui 27 della Cantina di Mogoro. Vino bianco che si presta all’invecchiamento che “è un rosso” travestito da bianco che non ha aromi varietali e si presenta piatto nella fase iniziale di lavorazione. La sua personalità esce con l’affinamento e gli aromi terziari dopo una surmaturazione seguita da affinamento da cui scaturiscono note tropicali e note da Riesling. Obbiettivo della Cantina il reimpianto della Monica bianca a piede franco presente nei terreni sabbiosi in prossimità dell’azienda. Questa uva ha la stessa propensione all’invecchiamento del Semidano.

Giampaolo Sanna è intervenuto spiegando come le moderne tecniche enologiche hanno fatto si che si riscoprisse il vitigno Arvesiniadu nella zona del Goceano. Grazie alla pressatura soffice e all’uso del freddo si sono avuti sentori interessanti non corrispondenti a quello che solitamente si ricavava da quell’uva.

La Cantina Sedilesu racconta Salvatore Sedilesu, da diversi anni lavora la Granazza. In origine messa in uvaggio col Cannonau per ottenere un vino rosato chiamato “biancu” in loco, bevuto a Mamoiada la mattina o in accompagnare a dolci secchi. Presente in vigna disordinatamente nei filari del Cannonau. Allevamento ad alberello basso di 50-60 anni di vita, dotato di grande resistenza è presente oltre che a Mamoiada, Oliena e Orgosolo. Le varietà sono due, uno con acino grande, molto produttività ma con zuccheri e acidi in quantità basse. L’altro con acino piccolo ma con maggiore acidità e zuccheri.

La manifestazione è stata molto apprezzata da tutti i presenti ed è proseguita con gli assaggi dei vini, degli espositori all’evento, da parte degli addetti ai lavori in altra sede.

Foto di Renato d'Ascanio Ticca

Mario Josto D'Ascanio
Wine Editor - Sommelier
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