8 Giugno 2016

Storie di vini e di vignaioli. Intervista a Giuseppe Musina della Cantina Orgosa di Orgosolo

Abbiamo avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con Giuseppe Musina della Cantina Orgosa di Orgosolo, azienda nata agli inizi del 2000.

Giuseppe autentico vignaiolo, ci ha raccontato la sua storia e quella di un territorio speciale: un territorio che da tempo ci regala grandi vini, il tutto nel rispetto dell’ambiente e della natura, punti cardine della sua filosofia produttiva.

Ciao Giuseppe! Raccontaci la tua storia: cosa ti ha spinto, dopo aver girato il mondo, al rientro in Sardegna, nella tua Orgosolo? 

Ho girato molti luoghi. Da giovanissimo sono andato via da Orgosolo, ho studiato a Camogli, ho fatto il meccanico navale per le navi della Costa, ho girato tutto il Sud e nord America. Ho vissuto anche sei anni in Inghilterra. Quando sono tornato ho gestito un ristorante con una cooperativa; ho fatto anche il commerciante. Poi, piano piano, sono tornato alla terra. Avevamo delle vigne al tempo, anche se la maggior parte era stata estirpata perché non volevo saperne. Poi, con il passare del tempo, ho impiantato di nuovo ed in questo terreno c’è anche la cantina. 

Parlaci del tuo lavoro in vigna. Qual è la tua filosofia produttiva? 

Per quanto riguarda il vino, produco 8000 bottiglie. Adotto il sistema biodinamico, ma non il corno a letame (quella mi sembra un cosa folkloristica!). Io faccio semina e trinciatura, tutto quanto. Come interventi, uso solo zolfo e rame, ma solo se c’è bisogno perché basta stare attenti a fine maggio e giugno (per l’oidio e in caso arrivi qualche pioggerellina), d’estate (quando c’è molto caldo pericoloso per la peronospora). Sennò, altri problemi non ne abbiamo! Negli ultimi 3 anni ho speso 15/20 euro annui per i trattamenti. La vendemmia la faccio in cassetta, tutto manuale. Prima della vendemmia controllo i grappoli ed elimino quelli non idonei. Questo perché la raccolta viene fatta come si faceva una volta, con gli amici, e quindi ci sono anche delle persone non pratiche (meglio lasciare solo quella buona!). Per la pigiatura ho piccoli tini, massimo da 10 ettolitri (1000 litri). Per la frollatura a mano non uso solforosa.

Non filtro, non chiarifico, quando faccio lo svinamento lo travaso dopo dieci giorni, pulisco le fecce rosse. Di solito imbottiglio d’estate, seguo le fasi lunari. La luna calante di agosto é la migliore, ma mi è capitato di imbottigliare con luna crescete, ma il vino non rimane pulito come nell’altro caso. Però, chiaramente, se devo imbottigliare prima lo faccio senza problemi. Nella mia filosofia produttiva sono contrario alla chimica, ho visto che i risultati arrivano anche senza questa, senza concimi etc… Il vigneto cresce tranquillamente, magari ci mette un anno in più per arrivare al massimo della produzione. Ci sono vignaioli che vogliono produrre dopo due anni ma il vigneto ha bisogno di tempo. 

Descrivici in poche parole il tuo territorio. In quali zone hai i vigneti? 

I vigneti si trovano nella vallata fra Orgosolo e Oliena, Locoe, molto vocata per il Cannonau. In alto abbiamo Mamoiada (700 metri) mentre le mie vigne le troviamo tra i 200 e 450 metri. Una parte del territorio appartiene alla sottodenominazione del Nepente di Oliena. Difatti quando è stata costituita la cantina di Oliena i soci facenti parte erano di Oliena o Orgosolo. Per quanto mi riguarda però non ha senso chiamare il vino di Orgosolo Nepente di Oliena e il vino che produco infatti non ne tiene considerazione. Ad esempio il mio vino “Nero è classificato come vino da tavola. 

Quali sono le difficoltà che incontri nel tuo lavoro? 

Beh, io mi occupo di tutta la fase di produzione essendo enologo e agronomo, ma non solo. Mi occupo anche dell’aspetto commerciale, quindi puoi immaginare che le difficolta sono molteplici. Però in tutto questo c’è la soddisfazione che si ha quando il consumatore mi dice che ho fatto un buon vino. Quella ripaga tutto il lavoro svolto. 

Al momento quante tipologie di vino produci?

Due. Il primo, Orgosa, è un cannonau in purezza; il secondo, Nero, è 85% cannonau, il restante carignano a piede franco, pascale e sangue di cristo, un’uva che da molto colore al vino. Adesso sto pensando di produrre un rosato sempre da uve cannonau. Lo faccio ogni anno per me, ho già cominciato questa sperimentazione. 

Come giudichi il mondo del vino in Sardegna? 

Il mondo del vino in Sardegna ha dei problemi che sono relativi ai disciplinari. Le Doc sono troppo estese, basti pensare al Cannonau di Sardegna DOC, che ti permette di produrre in tutta la regione. Sarebbe meglio creare una Doc che identifichi un territorio vocato, anche se il percorso burocratico e legislativo è veramente difficile. Un altro problema è che in etichetta non si può scrivere la provenienza, ad esempio “Cannonau di Orgosolo”, nemmeno in un vino da tavola. La legge sancisce che non bisogna avere dei riferimenti geografici, anche se il nome di molti vini richiama proprio questi. Anche non potendo creare una Doc apposita, bisognerebbe permettere questi riferimenti. Stiamo perdendo la possibilità di comunicare il territorio, questo è molto triste. 

Secondo te la comunicazione nel mondo del vino in Sardegna sta dando il suo contributo oppure c’è ancora da migliorare? Cosa si potrebbe fare in questo senso? 

In Sardegna si sono fatti passi da gigante. Mi ricordo 25/30 anni fa, si vendeva solo vino in bottiglie di plastica o bidoncini. Pensa che io sono stato il primo a imbottigliare vino a Orogosolo nel 2002. Nello stesso periodo, era difficile trovare una bottiglia di vino in un ristorante! Adesso ci sono vini sardi che possono competere a livello di qualità con le grandi eccellenze toscane o del Piemonte.

La comunicazione ha fatto la sua parte. Le associazioni con i corsi, le riviste, i giornali e soprattutto internet hanno dato un grande impulso alla cultura del vino. L’importante però è ragionare sempre con la propria testa.

Questo cambiamento è stato favorito anche da una riscoperta della cultura sarda, che passa dalle tradizioni all’agroalimentare. Ci siamo resi conto che abbiamo un grande patrimonio; la gente è molto più curiosa e c’è molta voglia di identità, più adesso che negli anni ’70. Siamo orgogliosi dei nostri prodotti e della nostra storia. Questo vale anche per la lingua. Prima sembrava che ci si vergognasse a parlare in Sardo; ora si pensa di riportarlo nelle scuole. Anche se questo non basterebbe; bisognerebbe riportarlo nelle case, è li che manca principalmente. 

Progetti per il futuro? 

Produrre vino come ho sempre fatto e… chissà! Ho due figlie: vedremo se continueranno il lavoro fatto finora oppure se ne andranno come ho fatto io!
 

Un ringraziamento a Giuseppe Musina per la disponibilità e a Sapori di Sardegna che ci ha ospitato durante l'intervista. 

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