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14 Febbraio 2012

"Vernaccia di Oristano" un viaggio nel mondo enologico oristanese.

"Vernaccia e Tradizioni Carnevalesche", tratto dal libro: Vernaccia di Oristano di Gian Piero Pinna

"Vernaccia di Oristano" è un viaggio nel mondo enologico oristanese, attraverso la storia del vino della Bassa Valle del Tirso, fatto di tradizioni, cultura, leggende e lavoro, che la Vernaccia ha generato nei secoli.

Vernaccia e Tradizioni Carnevalesche (tratto dal libro: Vernaccia di Oristano di Gian Piero Pinna).

La Vernaccia si accompagna egregiamente anche con uno dei più tipici dolci del carnevale oristanese, le famose tzippulas, termine di chiara derivazione latina, anche se di etimologia incerta, diffuse più o meno in tutta la regione, generalmente di forma tondeggiante, o a spirale.
Le tzippulas, sono una tipica frittura dolce, che ad Oristano si preparano esclusivamente per il carnevale che, come ormai è ampiamente risaputo, si caratterizza con la Sartiglia.
Qualcuno ha balenato l’ipotesi che la Sartiglia, abbia avuto origine dai sardi che parteciparono alle Crociate in Terra Santa. Di certo si sa solo che Santa Caterina da Siena, implorò Mariano II di Arborea di mandare suoi soldati alle Crociate. Quindi, allo stato attuale delle ricerche, non ci sono verità storiche inconfutabili, sulle origini della Sartiglia, anche se si sono fatte le supposizioni più disparate.

Alcuni studiosi del carnevale oristanese sono pronti a giurare che l’etimologia della Sartiglia derivi dallo spagnolo “sortija”, che vuol dire anello (da notare che foneticamente si pronuncia “sortiga”); altri invece propendono per l’origine latina del termine, da “sors” (sorte) o da “sorticula” (anello), tutte evidenti forzature.
Tra le varie ipotesi avanzate, non ci sono documentazioni valide che ne provino la fondatezza, e il più delle volte appaiono solo supposizioni senza fondamento.
L’ipotesi più probabile è che “sartiglia” derivi dal campidanese arcaico “sartillai”, termine che anticamente significava: “Razzia di bestiame che pascola nel saltus”, ossia, come si dice ancora oggi, nella parlata oristanese, “in su sartu”.
In tal senso, ci vengono in aiuto i latini, che per “saltus”, intendevano un terreno selvoso e a pascolo, o anche un grosso podere.
Persino nei documenti medioevali, si continua ad indicare un terreno incolto e abbandonato, come un saltus, quindi Sartiglia sarebbe anche sinonimo di “bardana”, che deriva dall’italiano antico “gualdana”, riconducibile alla radice tedesca “wald” (bosco), la quale, ha il significato “d’imboscata con truppe di gente armata”, praticamente la bardana, era una forma sistematica di saccheggio e razzia.

Per quanto riguarda le origini della manifestazione cavalleresca oristanese, si è sempre cercato di trovare motivazioni che, forse non ha, attribuendone la nascita ai crociati sardi al rientro dalla Terra Santa, o sostenendo che derivi da qualche giostra equestre, come quelle che si svolgevano in Toscana e in altre parti della penisola, importata ad Oristano in epoca giudicale.
Molto più semplicemente, colui che oggi è chiamato su Cumponidori, forse non era altro che un capo popolo che reclutava, armava e addestrava un certo numero di persone, per compiere azioni grassatorie per arricchirsi indebitamente.
A tal proposito può essere interessante sapere che cosa ne pensava Salvatore Cambosu della “bardana”, in quell’opera ineguagliata che è Miele amaro, definita: “Breviario di tutto ciò che un sardo può conoscere e amare della sua isola” (Petronio 1955); “Dolente mosaico della vita della Sardegna intera” (Pira 1978); “Una grande enciclopedia o anche un labirinto di segni” (Zizì 1988).

Cambosu dava la seguente spiegazione della “bardana”: “Le chiamavano e le chiamano ancora, in qualche parte, ominìas, o anche bugrus, rugrus: dal Nuorese al Marghine. Nel Sud vanno a sartillai, ed è lo stesso razziare il bestiame nei saltus, dove esso pascola comunemente brado. Non valsero a distruggerle opportunamente addestrati alla caccia dell’uomo, i bracchi e i segugi di Marco Pomponio Mario, né le aspre guerriglie del pretore Tito Albucio e del console Caio Cesare Metello. Le frenarono nel XIII e nel XIV secolo, le leggi della Repubblica sassarese e la Carta de Logu. In questo codice insigne, Eleonora, con le sue terribili pene, protegge il mite contadino dal pastore invadente. Codice, miracolo di saggezza per quei tempi: ricorda talvolta le pene infernali dantesche, specie in quelle mutilative, con evidente contrappasso: verranno poi altre leggi, certo meno crudeli e lontane dal taglione, forse anche più efficaci. Ma la mala pianta è dura a morire. Il giorno che gli armenti e i greggi avranno un loro tetto e non dormiranno più all’aperto: quel giorno sarà anche la fine della bardana, e lo stesso pastore potrà dormire tranquillo nel suo letto, e radersi spesso e affacciarsi all’uscio della casa della fattoria, all’alba, riposato, ancora padrone, a leggere nel cielo il tempo che farà”.

Anche Giuseppe Dessì si interessa del fenomeno nel suo romanzo “Paese d’ombre”, e ci dà un’indicativa chiave di lettura per comprendere meglio la “bardana”, poiché ci spiega quali erano le abitudini e i comportamenti dei soggetti che la praticavano, informandoci che costoro, per mascherare meglio la loro illecita attività, sovente si consociavano in confraternite e gremi.
“I confratelli delle Anime – afferma lo scrittore nel suo romanzo – indossavano, durante le cerimonie religiose, una cappa rossa, quelli di Nostra Signora una cappa bianca, con due buchi per gli occhi, ma tutti indistintamente portavano sotto la cappa, il coltello sardo lungo almeno un palmo e mezzo. I confratelli erano tutti ladri matricolati e, col passare degli anni, avevano accumulato, tanto gli uni che gli altri, ingenti patrimoni consistenti in terre e bestiame. Giuridicamente apparivano come società di mutuo soccorso. Ma in realtà – e tutti lo sapevano – erano vere e proprie associazioni per delinquere”.
Proseguendo il racconto, Dessì afferma che questi emeriti lazzaroni sfruttavano ogni occasione per allenarsi alle armi e le partite di caccia grossa spesso servivano per questo scopo, così come le feste paesane, dove sovente si organizzavano delle crudeli gare di tiro al bersaglio, consistenti nel centrare una bestia viva appesa ad un albero. Tale trofeo rappresentava il premio finale, aggiudicato a chi riusciva ad abbatterlo.
Di queste gare abbiamo memoria anche nell’oristanese e recentemente si è riproposta “Sa cursa de sa pudda”, che si svolge sempre in occasione del carnevale, anche se oggi, per rendere meno cruento lo spettacolo, all’animale vivo si è sostituita una gallina finta.
Niente di strano che anche la Sartiglia oristanese abbia avuto un’origine simile e che l’animale vivo sia poi stato sostituito da una sagoma, che, in un secondo momento, ha preso la forma di una stella forata.

Certamente quelle avanzate in questo lavoro sono solamente ipotesi, forse meno strampalate di quello che potrebbero sembrare a prima vista, infatti, la pratica della “bardana” è una delle forme di grassazione più antica e radicata nella popolazione sarda, della quale si hanno testimonianze sin dagli albori della storia isolana. Spesso era stretto d’assedio e saccheggiato un intero paese. Famigerate sono rimaste le razzie che gli abitanti di Orgosolo facevano nelle saline del Campidano, per procurarsi, senza pagarlo, il sale necessario per la lavorazione del formaggio.
Forse anche la Sartiglia, che si organizzava all’interno delle mura medioevali di Oristano, poteva avere lo scopo di addestrare dei predatori, o più semplicemente, serviva ad organizzare una “bardana”. In questa logica, anche le maschere potrebbero trovare la loro giustificazione, perché, per ovvii motivi, chi partecipava a queste imprese, ci teneva a non essere riconosciuto.
Alla “bardana” era legato anche un ballo tradizionale oristanese del passato: “su dillu”, che si eseguiva al rientro dalla razzia, con grandi festeggiamenti, abbondanti libagioni e danze sfrenate, organizzate se tutto era andato per il meglio.

Titolo: "Vernaccia di Oristano"
Anno pubblicazione: 2012
Autore: Gian Piero Pinna
Collana: Collana tascabile di saggistica
Prezzo: Euro 18,00
Pagine: 108
Confezione: Brossura
Formato: 14x21

Casa Editrice
E.P.D'O. - Copy & Creativity s.n.c. - Via Bellini 11/13/15 - 09170 ORISTANO - ITALIA
www.epdo.it

Autore

Gian Piero Pinna, nasce ad Oristano il 1° luglio 1943, ancora giovanissimo si appassiona di enogastronomia, frequenta prima la scuola alberghiera ESIT sul Monte Ortobene a Nuoro, poi l’Istituto Alberghiero Statale di Sassari e si diploma a pieni voti nella sede staccata di Arzachena. Comincia una brillante carriera professionale nel settore alberghiero, buttando alle ortiche un diploma da ragioniere. Per i suoi meriti professionali, è chiamato ad insegnare in prestigiose scuole alberghiere della penisola e della Sardegna.
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