4 Marzo 2016

Il caso degli Arestes e s’Urtzu Pretistu di Sorgono 

Le maschere antropomorfe della Sardegna

L’uomo ha sempre prestato le sue attenzioni agli avvenimenti che madre natura decretava e decreta con ritmi ciclici che si possono definire eterni, e a cui ha legato le sue paure ma anche le sue speranze facendone una religione verso un dio al quale rivolgersi: Dionisio Mainoles, (Maimone, Urtzu in Sardegna) divinità della vegetazione e dell’estasi, al quale si chiedevano piogge abbondanti perché la terra desse i suoi frutti. Il nome di Maimone in Sardegna,infatti, è rimasto legato, a fonti e corsi d’acqua. Questo Dio fonte di vita per uomini e animali era assai venerato da pastori e contadini. A Sorgono e in altri centri abitati quando arrivavano le calende di gennaio, si facevano le manifestazioni rituali in suo onore, rappresentando i momenti più salienti della sua morte.

Uomini vestiti di pelli, carichi di ossi animali, col volto annerito dal sughero bruciato o coperto con una maschera nera, catturano e sacrificano la vittima predestinata, che viene generalmente presentata sotto forma di capro, toro, cervo cinghiale, tutte ipostasi o manifestazioni di Dionisio (greco) Maimone o Urtzu (Sardegna) che sotto questi aspetti si manifestava. Qualunque sia l’origine più remota di questa manifestazione, è certo che negli scritti di Sant’Agostino (IV secolo d.c.) vi è una sicura testimonianza dell’esistenza di maschere ferine e animalesche: ”Quale persona sensata potrebbe credere che vi siano degli individui sani di mente che si mascherano da cervi cambiando il proprio abito con quello delle bestie? Alcuni indossano pelli di pecora e di capra, altri si adattano sul capo teste di animali, felici ed esultanti, se riescono a trasformarsi in forme bestiali tanto da non sembrare più uomini” e poi: “si vestono con abiti bestiali simili alla capra e al cervo per farsi ad immagine del Dio, e resisi somiglianti fanno un diabolico sacrificio”. Intorno al IV secolo, esistevano dunque maschere ferine o animalesche, tenace perdurare di evidenti manifestazioni pagane. Il mascherarsi con sembianze di animali, appariva agli occhi dei padri della Chiesa e dei rappresentanti del culto cristiano come un sacrilegio. Infatti il Concilio di Auxerre (585 d.C.) emanò una disposizione che vietava queste manifestazione rituali: non licet kalendis ianuarii vetola aut cervolo facere vel strenas diabolicus. Nonostante l’opera di evangelizzazione da parte degli ordini ecclesiastici, le cerimonie rituali si ripetono nei secoli, ancorché molti popoli, pur essendosi convertiti al cristianesimo, si mascheravano in forme animalesche al giungere delle calende di gennaio, riproponendo gli antichi rituali propiziatori pur consapevoli che tale cerimonia proveniva da una religione pagana. 

Di questo culto restavano i segni attraverso la gestualità degli individui mascherati,l’abbigliamento,gli strumenti che si portavano dietro e soprattutto l’atteggiamento cupo e luttuoso, nonchè la rappresentazione tragica di una morte e una rinascita simbolica.

La chiave di lettura più evidente per la comprensione di questo lugubre rito veniva dalla linguistica che risolveva parecchi dubbi su alcune parole legate alle maschere isolane, come Maimone, Orcu-Ocru,Urtzu, Zorzi, ma il segno più evidente lo ebbe analizzando il termine” Carrasegare”.

Nessuno aveva pensato al profondo significato di questa parola Carrasegare, ovvero carr’e e secare, nella lingua sarda ha un significato preciso, perché il termine carre, diversamente da petza, designa esclusivamente la carne viva e in particolare quella umana.

Pertanto la parola carrasegare rimanda chiaramente al rito dionisiaco che consisteva proprio nel lacerare la carne viva.

Le maschere rituali sarde, sono del tipo zoomorfe, sono presenti in particolare nelle zone interne, dove meglio si sono conservate nel tempo le tradizioni più arcaiche e ancestrali.

Come ancestrale è il rituale che mimano, sicuramente precristiano, nato certamente nel mondo agropastorale, legato al ciclo delle stagioni e al concetto di vita e rinascita della vegetazione e quindi al ciclo della vita.

Ancora nel XVIII secolo secondo le testimonianze del frate gesuita Bonaventura Demontis Licheri di Neoneli e del padre Gesuita Giovanni Vassallo tali riti ancestrali venivano ancora celebrati in molti paesi del centro Sardegna,(tra i quali Sorgono), nelle calende di gennaio con rituali propiziatori e con sacrifici umani.

Il fatto non desti meraviglia se si considera l’isolamento secolare e la resistenza delle popolazioni delle zone interne della Sardegna a cambiare le loro credenze, inoltre l’economia agropastorale legata alle annate agrarie e allo spettro della siccità. Nei suoi scritti ”Attobios a Santu Mauru d’Ennarzu” (poesia in lingua sarda) in occasione dei festeggiamenti in onore di San Mauro Abate a Sorgono (Santu Mauru de i Dolos) il 15 Gennaio del 1767, descrive in modo sorprendentemente chiaro la rappresentazione e le dinamiche del rituale pagano e di coloro che vi partecipano. Il santuario di San Mauro, a pochi chilometri da Sorgono, sorge ai piedi di Monte Lisai in una vallata ricca di testimonianze del periodo neolitico e del periodo nuragico; a poca distanza è presente il complesso sacro di Bidu ‘e Concas con i suoi 200 menhir (3000 a.C.) e luogo di culto delle popolazioni nel periodo prenuragico e nuragico.

Il Licheri chiama le maschere “Sos Arestes” gli agresti, i selvatici.

La ricostruzione è avvenuta grazie al paziente lavoro di ricerca dell’Associazione Culturale Mandra Olisai di Sorgono sulla base della memoria storica degli anziani e alle informazioni provenienti dallo scritto di Bonaventura Licheri.

A Sorgono, le ultime testimonianze, di travestimenti di uomini con la pelle di animali e con l’intera testa di toro, risalgono agli anni 1930-’35.

Alcuni anziani, ricordano e raccontano di uomini vestiti di pelle di pecora, capra e bue che tenevano incatenato un uomo vestito, con la pelle di mucca e con l’intera testa di toro sul capo che cercava di dimenarsi e resistere, si rotolava nel fango,o comunque vicino a corsi d’acqua, ricordano di uomini col corno di bue che suonavano per tutta la durata della manifestazione,parlano de Su Ballu de S’Urtzu, verosimilmente del “ballo” che veniva fatto fare alla vittima prima di essere ucciso.

La sua presentazione ufficiale è avvenuta il 18/06/2011 in un convegno organizzato dalla medesima associazione, alla presenza della Proff.ssa Dolores Turchi, nota studiosa di tradizioni popolari e autrice di numerosi studi sulle maschere rituali sarde, dal Dottor Luigi Serra , studioso e profondo conoscitore della storia culturale e sociale di Sorgono e da Don Enrico Serra che in qualità di teologo ha curato l’aspetto religioso in relazione ai rituali pagani nei vari secoli.

Descrizione della Maschera Rituale

Arestes, indossano una pelle di capra, pecora e mucca, sul dorso portano gli ossi di animali, il capo è ricoperto da un copricapo in sughero detto su casiddu, foderato completamente di pelle lanosa e sormontato di corna di caprone, di daino, cervo e toro, con il viso e le braccia annerite da fuliggine prodotto dal sughero bruciato. Essi sono armati di bastoni possenti, di mazze di legno e di forconi, si muovono con atteggiamento superbo, provocando con dei saltelli il suono apotropaico degli ossi che hanno legati sulle spalle, alcuni di essi hanno in dotazione un corno di bue, che suonano per tutta la durata della cerimonia..

Avanzano in gruppo in modo apparentemente disordinato, mimano scontri evocando combattimenti o danze tipiche del corteggiamento delle capre o degli animali presenti, in realtà si tratta di antichi riti propiziatori per sollecitare la benefica pioggia. Gli anziani affermavano che quando le capre si scontravano, il tempo stava per cambiare e volgere alla pioggia.

In testa al corteo uno o due Arestes tengono legato con una catena la vittima predestinata al sacrificio: S’Urtzu, un uomo che indossa un’intera pelle di pecora, capra o toro, con il copricapo sormontato da maestose corna di Toro ma che a differenza degli Arestes, non ha ossi sulle spalle e verrà percosso e pungolato da tutti gli Arestes del gruppo.

Il rituale, culmina con l’uccisione de S’Urtzu, colpito a morte dai bastoni, forconi e mazze di legno degli Arestes.

Al segnale del capo, gli Arestes effettuano intorno alla vittima, ormai inerme, tredici salti, il numero dei cicli lunari in un anno, più una del nuovo anno, cadenzati dal suono del corno di bue; al nuovo segnale del capobranco, che intanto tiene la vittima legata al centro del cerchio, si tolgono il particolare copricapo evidenziando il volto annerito dalla fuliggine del sughero bruciato. 

Sotto la pressione della chiesa il rito fatto dagli adulti si è ridotto progressivamente ad una banale mascherata della quale si era perduto il vero significato.

Una ripetizione, un perdurare privo ormai di significato. Lo si fa perché lo si è conosciuto. Nella ripetizione dei rituali dei primi del ‘900 manca ormai il motivo profondo, interno, originario e veramente significante. Si mantiene una tradizione, si conserva un modo di agire, ma il modo di essere, la vera essenza si è ormai trasformata. La Chiesa, le innovazioni, il mutare dell’isolamento di queste zone, l’arrivo di elementi esterni, spesso anche alla Sardegna, nell’amministrazione, nel controllo del territorio, nella gestione delle cose religiose, l’arrivo di una cultura più diffusa con un lento ma inesorabile aumento della scolarizzazione, producono un abbandono fisiologico e normale di quanto era legato all’antichità, al mito e alla leggenda. Il passaggio culturale da rito a mito è segnato anche dal carnevalizzare (in senso ludico e giocoso) un rito. Tale passaggio si ha solamente nel momento in cui il rito ha perso ogni contatto e ogni significato col vivere sociale della comunità che lo esprime. Solo nel momento in cui molti di coloro che fanno parte della medesima comunità non riconoscono più ciò che era segmento fondante della identità comune, e solo allora, quel segmento “cade” o “scade” a livello ludico per poi scomparire completamente.

Grazie all’impegno dei componenti dell’Associazione Culturale e soprattutto al gruppo di ragazzi che nel frattempo si è costituito,che con grande senso di appartenenza e orgoglio la valorizzano e la fanno conoscere attraverso la specifica rappresentazione coreografica nelle varie manifestazioni etniche alle quali vengono invitati, tra le quali ,il festival etnico internazionale “Les Orientales” di Sant Florante le Veil, in Francia dal 27/06/2013 al 30/06/2013.

Si ringrazia l’amico Salvatore Marras, ritratto nella foto durante un recente convegno, per la preziosa collaborazione nell’ambito della riscoperta di riti e consuetudini legati al ciclo delle stagioni, agli auspici per la nuova annata agraria, alla natura che rinasce dopo il lungo inverno.

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