13 Febbraio 2016

Vite Selvatica: culla della biodiversità in Sardegna

La Sardegna è uno di quei luoghi dove la biodiversità è un valore inestimabile e unico al mondo. Le scoperte archeologiche degli ultimi anni e gli esami scientifici, sempre più all’avanguardia, permettono di guardare l’origine dei vitigni in maniera diversa, partendo dalla vicinanza genetica con la vite selvatica.

I vitigni che ben conosciamo, sono il risultato di una selezione, fatta dall’uomo, che dura da secoli. L’interazione fra la vite selvatica e i Sardi ha origine antichissima. La nostra isola infatti per la sua collocazione geografica ha condizioni ottimali, per la crescita della vite selvatica, specie in prossimità dei torrenti, e per la sua domesticazione.

Le ultime ricerche hanno permesso di studiare numerosi esemplari di vite selvatica sarda giunta a noi grazie al territorio incontaminato. In alcune zone dell’isola sono state riscontrate strette parentele fra vite selvatica ed alcuni ceppi coltivati localmente. Le analisi chimiche a cui è stato sottoposto il vino “selvatico” hanno messo in luce come rispetto a quello prodotto dalla vitis vinifera selezionata, abbia elevato contenuto di: alcool, polifenoli e altre sostanze. Lo studio delle viti selvatiche e del gran numero di vitigni autoctoni (oltre 150) ha messo in luce il grande patrimonio di biodiversità che sembra caratterizzare la viticoltura isolana.

Gli esami hanno dimostrato che molte viti “domesticate”e “selvatiche” hanno patrimonio genetico comune di origine antica.
Le testimonianze del rapporto dei sardi con la vite partono da lontano. Ricordiamo di recente il ritrovamento di oltre 15.000 semi di vite nel sito nuragico di Sa Osa, nel territorio di Cabras. Grazie alla prova del Carbonio 14 i semi, molto probabilmente di vernaccia, sono stati datati intorno a 3000 anni fa (all'incirca dal 1300 al 1100 a. C.), età del bronzo medio e periodo di massimo splendore della civiltà Nuragica.
Ricordiamo inoltre che alcuni vecchi storici facevano ricondurre la vernaccia alla domesticazione di viti selvatiche della valle del Tirso.

L’uso di questa vite viene citata dalla “Carta de Logu” con disposizioni contro il commercio dell’uva selvatica, con pene pecuniarie e reclusione.
Alcuni scritti del 1596 citano l’abitudine dei sardi a produrre vino da questa vite. Senza andare molto a ritroso, nel secolo scorso nelle montagne del Sulcis, i caprai e i pastori, costretti a stare lontani da casa per mesi, producevano il vino (il cosiddetto “vino dei caprai”) direttamente dalla vite selvatica che cresceva spontanea nei torrenti, così come in Barbagia e in Baronia. Tutto questo testimonia il perdurare dell’interesse dei sardi per questa vite nei secoli.

L’auspicio è che prendiamo coscienza del grande patrimonio che i nostri antenati ci hanno lasciato e che riusciamo a difenderlo dalla globalizzazione che ci stanno imponendo, a scapito della nostra identità territoriale.
  

Foto Di Riccio22 - Opera propria, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11290102

Augusto Piras
Wine Editor - Sommelier
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