Articoli, Vitigni della Sardegna

Autoctoni sardi minori perle enologiche

Arvesionadu uva

La biodiversità è una risorsa economica concreta per l’Isola. La sperimentazione sui vitigni coinvolge nel lavoro di ricerca le principali istituzioni scientifiche pubbliche e private della Sardegna. Un territorio che consente produzioni vitivinicole peculiari, spesso di nicchia grazie alla biodiversità viticola e all’acquisizione di nuove informazioni che potranno portare all’iscrizione al Registro Nazionale di diverse varietà minori. Il vigneto è parte integrante del paesaggio e ha sempre svolto un ruolo importante nell’economia agricola sarda. Di recente i nuovi reperti archeologici rinvenuti in alcuni siti nuragici hanno svelato la presenza di attività enologiche già in epoca nuragica e definiscono l’importante ruolo svolto dalla Sardegna nella coltivazione della vite come pianta indigena. Né consegue che i popoli sopraggiunti non portarono tanto il ceppo, bensì l’arte dell’innesto con nuove tecniche di produzione e di conservazione del vino.

Una ricerca avviata di recente da Agris Sardegna si prefigge di studiare e recuperare i vitigni sardi rari come: Monica Bianca LacconargiuLicronaxiu. Ancora, Bovali mannuNiedda mannaGiròNieddu polchinu e PansaleSono solo alcuni degli oltre 150 vitigni autoctoni minori della regione fino ad oggi poco valorizzati. I primi studi sono promettenti e ci dicono che in futuro saranno utilizzati per dare personalità a vini di grande blasone o saranno valorizzati come monovitigno . Alcuni sono stati individuati come ilNigheddu presorjuper dare colore, la Monica bianca per apportare sentori fruttati, tropicali e floreali ai vini bianchi, laBarriadorgia o Alvarega, varietà coltivata ad Ozieri, vinificata in purezza per dareun eccellente vino bianco. Questi vitignimostrano i nteressanti caratteristiche organolettiche soprattuttodi tipo olfattivo.

Queste uve potrebbero in futuro essere usate al posto delle varietà internazionali per imprimere un’ulteriore connotazione territorialeeper dare personalità alle produzioni classiche. Proprio perché in questi ultimi decenni, è cresciuta la consapevolezza dell’importanza della conservazione e della valorizzazione dell’autoctono. I notevoli progressi compiuti dalla biologia molecolare, hanno reso disponibili nuovi strumenti per l’identificazione varietale della vite.

Per questo tipo di finalità, l’analisi del DNA rappresenta una tecnica estremamente efficace. La prima pubblicazione che cita i differenti vitigni isolani; che si rifà ad una classificazione visiva, risale al 1837 (Flora Sardoa) a cui né sono seguiti altri in pochi anni. In questi testi si citano e descrivono molti vitigni a noi sconosciuti, quali: Niedda-moddi, Zinzillosu, Merdulinu, Sarravesa, Arvuduinis, Arvu pintu, Lazarinu, Nieddu musca, Pampinu e Gardareddu, Bastaldu, Vernaccina, Ollustina ,Nieddu-Carta, Albu Mannu, Madras, Razzola, Cuscusedda, Arrettalau, Corniolo, Trigia, Titta bacchina, Panzali, Barriadorgia , etc.
Dopo l’avvento della fillossera a partire dal 1895 furono istituiti vivai di viti americane nelle scuole agrarie o presso privati come quello realizzato in territorio di Alghero dall’azienda Sella & Mosca, a sostenere la ripresa della coltivazione della vite. Alcune varietà minori sono descritte nel “Registro nazionale delle varietà di vite”. Molti nomi ci suonano famigliari ma abbiamo effettiva idea di conoscerli alla luce degli ultimi esami del DNA?


Facciamo alcuni esempi:

Arvesiniadu
Le prime citazioni del vitigno risalgono al 1780. Descrivono una varietà coltivata nel sassarese chiamata Arvu siniagu. La sua diffusione oggi è limitata a circa 16 ettari presenti soprattutto in Goceano, nei comuni di Benetutti e Bono.

Bovale grande
Le due tipologie di Bovali: Bovale grosso (detto di Spagna) e Bovale piccolo (detto Buvaleddu), si ritrovano descritti nel 1887. Il Bovale grosso ha una diffusione limitata a circa 27 ettari, presenti soprattutto in provincia di Cagliari.

Bovale sardo
In passato era conosciuto con ulteriori sinonimi tra cui Bualeddu, Bovaleddo, Bovale piticco, Nieddu prunizza, Carrixa, Cardinissia e Cadelanisca. La diffusione del vitigno risultata di circa 800 ettari, coltivati soprattutto in provincia di Oristano. Rivelato una chiara similitudine al DNA del Cagnulari e con la varietà spagnola Graciano. Sono emerse anche altre importanti similitudini, tra il Bovale sardo, la Barbera sarda, il Tintillu ed il Muristellu.

Caddiu
Nel 1897 viene indicato come vitigno di scarsa importanza, diffuso solo a Bosa con il nome di Caddu. Segnalato spesso in uvaggio veniva anche chiamato Caddeo, Niedda Perda Serra e Caddiu Nieddu. Il patrimonio genetico svela un profilo ben distinguibile dalle altre varietà della Sardegna, che evidenzia una marcata vicinanza genetica con un vitigno minore, individuato nel Sulcis, localmente chiamata Paddiu.

Nieddera Nel 1837 veniva chiamata la Nigra vera, Niedda-era e Niedda vera. La sua diffusione è limitata a circa 113 ettari coltivati quasi esclusivamente in provincia di Oristano. Emerge un profilo specifico di questo vitigno che consente di distinguerlo chiaramente da Nieddu mannu e i Bovale grande e sardo.

Nieddu mannu
Le prime citazioni risalgono al 1780 tra le varietà a uve nere coltivate nel sassarese La sua diffusione è limitata a circa 80 ettari coltivati soprattutto in provincia di Oristano e Sassari. Condivide una parte di patrimonio genetico con il gruppo dei Bovali e la varietà Nieddera.

La lista è lunga e non e possibile citarli tutti. Speriamo che tutti questi studi portino ad avere nuove produzioni di nicchia e di qualità, tramite la selezione varietale discostandosi dall’omologazione generalizzata. Per fortuna il mercato negli ultimi anni ha riscoperto la biodiversità e i segnali che arrivano dall’isola fanno ben sperare.

Di Augusto Piras – Crediti foto

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