Nasce Crabì, il primo Vermentino di Alessio Atzeni
A Santadi, nel basso Sulcis, un’azienda agricola cresciuta sul Carignano debutta con un Vermentino di Sardegna DOC in purezza: marino, sapido, prodotto in appena 3.000 bottiglie.
Nel basso Sulcis, dove la viticoltura ha imparato a crescere sulle sabbie sotto la spinta costante della brezza marina, l’Azienda Agricola Alessio Atzeni aggiunge un capitolo alla propria storia. La realtà di Santadi, conosciuta finora per il suo Carignano del Sulcis DOC, firma il primo bianco: Crabì Vermentino di Sardegna DOC, Vermentino in purezza vinificato solo in acciaio.
La storia dell’azienda comincia circa settant’anni fa, quando Giorgio Atzeni iniziò ad acquistare i primi vigneti, recuperando alcune vecchie vigne centenarie e impiantandone di nuove. Oggi il figlio Alessio prosegue quel lavoro con la stessa dedizione, concentrando la produzione sul vitigno simbolo del territorio. La prima bottiglia porta la data del 2019, e sin dall’inizio la scelta è stata quella di una produzione limitata, con una cura estesa a ogni passaggio: dal terreno alla vite, dalla raccolta manuale di ogni grappolo fino all’etichettatura. Il nome Crabì viene dalla località in cui si trovano i vigneti e oggi identifica entrambe le etichette aziendali, il rosso e il nuovo bianco.
Santadi si trova nella Sardegna sud-occidentale, in un paesaggio dove i filari si alternano a lecci, lentischi e ulivi secolari, ai margini della foresta di Pantaleo, habitat del cervo sardo e custode di rare leccete. È una terra che conserva le tracce dei nuraghi e degli insediamenti fenicio-punici, e che sul fronte agricolo ha fatto delle sabbie e del vento i propri tratti distintivi. Non a caso il Carignano, capace di resistere ai venti marini e di prosperare nei suoli sabbiosi, è diventato qui elemento fondante della viticoltura locale.
Su questa stessa base nasce il primo bianco. I vigneti del Crabì Vermentino si sviluppano a quota prossima al livello del mare, su suoli sabbiosi di medio impasto originati dal disfacimento delle rocce trachitiche: terreni sciolti e drenanti, che restituiscono al vino leggerezza di corpo e definizione aromatica. Le viti, allevate a spalliera con una densità di 5.000 ceppi per ettaro, hanno circa vent’anni e lavorano sotto l’influenza continua della brezza marina, la stessa esposizione ai venti che nel Sulcis ha reso possibile coltivare sulle sabbie.
La raccolta è manuale e volutamente anticipata, nella seconda settimana di agosto: una scelta che porta in cantina uve ancora ricche di acidità e di profumi primari, prima che il caldo di fine estate ne appiattisca il profilo. La fermentazione si svolge in vasche d’acciaio a temperatura controllata intorno ai 15 °C per una decina di giorni, seguita da quattro mesi di maturazione sempre in acciaio e da almeno un mese di riposo in bottiglia prima dell’uscita in commercio. Le 3.000 bottiglie prodotte raccontano più una scelta di selezione che un limite produttivo.
Nel bicchiere il Crabì si presenta con un giallo paglierino luminoso. Al naso è misurato ed elegante, giocato su note di frutta tropicale e su una sfumatura salmastra che riporta subito alla vicinanza del mare. Il sorso conferma il registro fruttato, con una freschezza vivace e scorrevole, e chiude sapido e minerale, con quel richiamo iodato che accompagna a lungo. È il lato meridionale del Vermentino, lontano dai profili più tesi e granitici della Gallura.
Con Crabì, l’Azienda Agricola Alessio Atzeni allarga il proprio racconto oltre il Carignano: stesso metodo, produzione contenuta e attenzione al dettaglio, applicati a un bianco che porta impressa la vicinanza del mare.
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