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Cannonau: il Gigante di Sardegna

Copertina Vitae numero 16 del 2018

È ormai consuetudine utilizzare l’equazione Sardegna-Cannonau alla ricerca di una facile espressione vinicola per identificare il territorio isolano. E il Cannonau è stato ed è tuttora un simbolo per l’isola, rappresentazione liquida dell’imponenza dei Giganti di Mont’e Prama, incarnazione dei valori della Balentìa, quella vera, coraggiosa e virtuosa, raccontata anche da Sergio Atzeni, e non le degenerate versioni macchiettistiche in odor di bullismo che ne hanno snaturato il concetto. È vero altresì che un territorio vasto e diversificato, tanto da essere definito isola-continente, con terreni costieri sferzati dai venti marini, assolate pianure dell’interno, dolci colline che in alcuni casi si spingono ad altitudini da media montagna, e così via, mal si presta a definizioni univoche e semplificatorie.

Fare un ritratto del Cannonau in Sardegna è un’operazione complicata, una vera e propria sfida. Ma le sfide sono fatte per essere affrontate e non ci tireremo indietro, partendo proprio dai “sacri testi”, ossia il disciplinare di produzione. Un testo che, tra le altre cose, ha ratificato una consuetudine consolidata negli anni: era (ed è) molto raro incontrare cannonau vinificato in purezza, visto che la quasi totalità delle vigne prevedeva la presenza di alcuni filari di altre uve – in prevalenza pascale e bovale sardo, o muristellu – che apportavano minimi correttivi al blend definitivo. Ci sono ovviamente lodevoli eccezioni, come la maggior parte dei vini proposti più avanti.

A lungo si è ritenuto che il vitigno cannonau fosse stato portato sull’isola dagli spagnoli: da qui l’apparentamento con i grenache che, con diversi appellativi (alicante, garnacha, tocai rosso, ecc.), sono diffusi in diverse aree del Mediterraneo, tanto che dal 2000 sono indicati come sinonimi nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite e negli ultimi anni anche il Cannonau è stato inserito nel concorso internazionale Grenaches du monde.

Le più recenti scoperte hanno tuttavia dimostrato la presenza del cannonau in Sardegna in epoca ben precedente alla dominazione spagnola, facendo sì che possa essere considerato, oltre che autoctono, uno dei vitigni più antichi del Mediterraneo. La superficie vitata in Sardegna è pari a 27.200 ettari, di cui il 27 per cento in collina; per il 40 per cento i vigneti sono ancora coltivati ad alberello. 7300 sono gli ettari impiantati a cannonau. Nell’ultimo triennio, la produzione di vino nell’isola è stata mediamente di 550.000 ettolitri l’anno, con una leggera prevalenza per i rossi. Ogni anno sono circa 71.000 gli ettolitri di Cannonau di Sardegna Doc prodotti, pari a 9,5 milioni di bottiglie, che rappresentano un quarto di tutto il vino Dop prodotto nell’isola. Elevatissima la quantità di cannonau che finisce nelle altre Doc, nelle Igt, nei vini generici; si stima che, sul totale del Cannonau prodotto, il Doc rappresenti solo il 22 per cento. Nelle province di Nuoro e Ogliastra il cannonau costituisce la quasi totalità del vigneto; un ruolo decisivo è giocato dall’elevata altimetria dei suoli che ospitano le viti, con evidenti ripercussioni nell’accumulo di sostanze coloranti, nella maggiore acidità e nella definizione del profilo aromatico grazie alle forti escursioni termiche.

La Doc Cannonau di Sardegna, istituita nel 1972, porta con sé alcuni aspetti, comuni ad altre denominazioni regionali, che col tempo hanno mostrato una certa inadeguatezza: in primis l’estensione, pari all’intero territorio regionale (oltre 24.000 km²), non proprio fedele allo spirito e alle finalità del sistema delle denominazioni. Anche il riferimento al vitigno, con conseguente divieto di utilizzare il nome cannonau al di fuori delle Doc, si è dimostrato penalizzante, soprattutto nel campo delle lgt, quello più sperimentale, innovativo, e in molti casi premiato dal successo commerciale e di critica. Qualche utile correttivo è giunto con l’indicazione delle tre sottozone Oliena o Nepente di Oliena, Jerzu e Capo Ferrato, risalente al 1992, e soprattutto con l’introduzione nel 2011 della tipologia Classico che, oltre a circoscrivere l’area “storica” alle province di Nuoro e Ogliastra, prevede un aumento della percentuale minima di uve cannonau (90% invece che 85), una riduzione delle rese per ettaro (da 110 a 90 quintali) e una maturazione più lunga in legno (12 mesi, sui 24 complessivi), doppio rispetto alla Riserva.

Proprio su quest’area abbiamo concentrato la nostra attenzione, non prima di aver citato la storica tradizione del Cannonau in Romangia, la grande espressione territoriale dell’Alghero Passito liquoroso, le interessanti versioni passite, proposte dai produttori del sud dell’isola, e la presenza in uvaggio con bovale e monica nel blend del Mandrolisai, piccola ma significativa Doc, il cui territorio coincide in parte con l’areale del Classico.

Facciamo volare un ipotetico drone, partendo dall’estremità settentrionale della provincia di Nuoro, là dove la Gallura cede il testimone alle Baronie, attraversate trasversalmente dai venti chilometri della catena del monte Albo, imponente massiccio calcareo che deve il nome al colore chiaro delle sue rocce. Le valli e le colline circostanti presentano un suolo che alterna i terreni calcarei a quelli scisto-argillosi. Già si intravede il maestoso complesso del Supramonte, con rocce prevalentemente calcaree, cuore della Barbagia di Nuoro e di quella di Ollolai. Enologicamente parlando, è un mondo a parte, che meriterebbe un sistema di zonazione in stile borgognone, tali e tante sono le peculiarità dei singoli cru in cui dimorano i vigneti, piantati in prevalenza ad alberello su suoli di disfacimento granitico. Basti citare i comuni che, oltre al capoluogo Nuoro, circondano il massiccio: Dorgali, con i celebri vigneti di Oddoene, Isalle e Filieri, sul versante orientale, in prossimità della costa; Oliena, dominata dal monte Corrasi, la cima più elevata del Supramonte con i suoi 1463 metri; e Orgosolo su quello occidentale, verso l’interno.

Qualche chilometro a ovest c’è Mamoiada, a un’altitudine di 650 metri e con vigneti impiantati generalmente ad alberello, su suoli in gran parte granitici, che toccano i 900 metri. Il versante più meridionale del Supramonte si affaccia su Baunei, portale d’ingresso in Ogliastra. A una parte settentrionale, che arriva fino a Lotzorai, caratterizzata da alture a picco sul mare e rocce granitiche di colore rossastro, segue la zona denominata Terra dei Tacchi, dagli spuntoni di roccia che costellano le alture delimitanti, sui due lati, la vallata del fiume Pardu; qui si trova anche Jerzu. In quest’area la superficie vitata spazia dai terreni in altura fino a digradare verso le spiagge sabbiose di Cardedu.

Questa rapida panoramica evidenzia i diversi areali in cui la coltivazione del cannonau è maggioritaria. Risulta chiaro come le diverse declinazioni daranno vita a vini fortemente caratterizzati dai singoli terroir.

A tavola il Cannonau ha sempre affiancato la cucina sarda di terra, soprattutto le preparazioni a base di maialino, agnello e capretto. La grande varietà e versatilità di questo vino (giovane, evoluto, passito e liquoroso) ben si presta all’accompagnamento del vasto e altrettanto variegato plateau dei formaggi isolani, pecorini, vaccini e caprini, nelle diverse stagionature e anche in alcune riuscite versioni erborinate. Siamo partiti con l’obiettivo di offrire un ritratto riconoscibile del Cannonau di Sardegna e al termine del viaggio ci siamo resi conto che il suo tratto distintivo è proprio il carattere multiforme, un caleidoscopio capace di riprodurre le tante facce di questa magica isola a forma di sandalo, incastonata nel cuore del Mediterraneo. L’unico filo conduttore che si può individuare, che è anche un doveroso impegno per tutti i produttori, è la necessità di mantenere elevato il livello qualitativo dei vini a nome Cannonau.

Il Cannonau: identità di Sardegna (di Antonio Massaiu)

La Sardegna è terra di tradizioni. Usi, costumi e folklore sono molto radicati e fortemente sentiti nel substrato culturale, forse per l’isolamento geografico che ha creato un vincolo indissolubile tra i sardi e la loro isola. Tradizioni legate al mondo agropastorale, dove il tempo è sempre stato un elemento determinante. Il tempo cronologico, che dal sorgere al calar del sole scandiva la durata della giornata lavorativa, lasciando alle tenebre la parte dedicata al riposo, essenziale per essere pronti per un’altra giornata di lavoro nei campi o nei pascoli. Le stagioni, che dettavano i ritmi e le pratiche da eseguire nelle coltivazioni e negli allevamenti. Infine, il tempo meteorologico, alleato ma spesso acerrimo nemico per quelle attività ataviche interamente condotte a cielo aperto. Le giornate scorrevano lente, cadenzate dall’incessante rumore delle zappe o dal metallico risuonare dei campanacci per il placido incedere degli armenti. All’alba gli uomini si incontravano sull’uscio di casa, mentre si avviavano nei campi o nei pascoli; chi preparava il giogo dei buoi, chi i fusti del latte e chi partiva con gli attrezzi sulle spalle. La sera si ripeteva la stessa scena: tutti rientravano percorrendo in senso inverso strade e mulattiere, con indosso un carico di legna da ardere, un cesto di frutta o i contenitori per il latte. Un fugace saluto a chi si incrociava lungo il tragitto era l’unica forma di rapporto sociale che nel crepuscolo ci si poteva concedere. Una specie di slow motion che si ripeteva tutti i giorni sempre alla stessa maniera.

Le sole eccezioni erano i giorni di festa o quelle giornate in cui il maltempo concedeva un po’ di tregua agli instancabili lavoratori. In quei giorni qualcuno lasciava aperta la porta della cantina che dava sulla strada. Era un modo per dire “oggi sono a casa”. Come in un copione non scritto, sempre allo stesso modo, un primo amico si affacciava sull’uscio per un saluto; con un’energica stretta di mano veniva invitato a entrare e ad accomodarsi. Il padrone di casa metteva mano a una botte, liberando il cocchiume dal turacciolo e con una rudimentale pipetta spillava un po’ di vino, servendo all’ospite una “ridotta”, ossia un bicchierino da 5 centilitri, colma fino all’orlo. Prendendo il suo bicchiere augurava “Salute!” all’amico, che ricambiava con pari entusiasmo. Nel frattempo qualcuno si univa ai due e il gruppo, man mano, si costituiva; quando le risate e gli schiamazzi provenienti da quella cantinetta rustica avevano riunito tutta la cricca, accalorati dai primi assaggi si iniziava su giru de sos gamasinos: il giro delle cantine di tutti i componenti del gruppo.

In ogni cantina si ripeteva immutabile la stessa scena: un ceppo di legno o una botte girata in verticale costituivano il tavolino su cui erano poggiate molte “ridotte”, rigorosamente con la bocca rivolta verso il basso; il padrone di casa ne prendeva una, spillava un po’ di vino e la riempiva; approfittando della tenue luce osservava con attenzione il vino, lo annusava e lo assaggiava, mentre tutti continuavano a conversare giovialmente. Quella che potrebbe sembrare una mancanza di cortesia in realtà serviva al padrone di casa per verificare la qualità del vino e assicurarsi che agli ospiti non fosse servito un prodotto scadente o difettoso. Data l’approvazione, riempiva una caraffa e il vino veniva versato a tutti i convenuti. Iniziava quindi una lunga discussione sul vino; se ne cantavano i pregi e talvolta si stigmatizzavano i difetti; ognuno aveva diritto di parola e poteva fornire preziosi consigli. Una sorta di panel di degustazione ante litteram, che poneva l’esperienza di ogni singolo componente a disposizione degli altri. Erano degustazioni rigorose, condotte con molta serietà; chi scherzava o forniva pareri infondati veniva messo da parte, quasi emarginato. Dopo alcuni assaggi, di comune accordo ci si alzava per dirigersi a visitare un altro gamasinu. II vino era racconto e scambio di opinioni; era il fattore aggregante, un’antesignana versione del social drinking.

Più o meno questo doveva essere il contesto trovato da Luigi Veronelli e Mario Soldati quando, tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta, si recarono in Sardegna, e che oggi possiamo rivivere attraverso i loro libri ll vino giusto e Vino al vino.

Degustazioni (in collaborazione con Antonio Massaiu e Alessandro Gallo)

Cannonau di Sardegna Fertas 2015 – Cantine Contu – Siniscola (NU)

Ai piedi del monte Albo, nella parte più settentrionale delle Baronie e della provincia di Nuoro, l’azienda nasce grazie a Vanni e Franco Contu, in continuità con l’eredità paterna. Tutti gli sforzi sono oggi concentrati su questa etichetta, il cui nome richiama il toponimo sede del vigneto. Ha iniziato a farsi conoscere anche grazie a Simona, giovanissima figlia di Vanni, che cura la comunicazione in rete e sui social. Colore granato trasparente. Bouquet olfattivo tipico, marcato dalla macchia mediterranea. La beva è discreta e scorrevole, sapida e ritmata; il finale sussurrato aggiorna i canoni di una rustica eleganza. Sosta in acciaio.

Cannonau di Sardegna 2014 – Colle Nivera – Lula (NU)

Sempre nell’alta Baronia, nel comprensorio di Lula, dimorano i vigneti dell’azienda fondata nel 2007 da Flavio Boe, e da lui condotta in collaborazione con la compagna Patrizia. Protagonista, ovviamente, il cannonau. La versione in degustazione presenta una veste sui toni del rubino vivace. L’impatto olfattivo elargisce note eteree di cipria e frutta sotto spirito. L’assaggio rispondente si distingue per sapidità e tannini ancora vibranti. La vinificazione avviene interamente in acciaio.

Cannonau di Sardegna Classico Arbòre 2012 – Gabbas – Nuoro

Ai piedi del Supramonte, a pochi chilometri da Nuoro, sono impiantati i vigneti che Giuseppe Gabbas gestisce dalla metà degli anni Settanta. Tra i primi a utilizzare la tipologia Classico, ne propone due versioni. Quella in degustazione, Arbòre, ottenuta da viti di quarant’anni, è arricchita da una piccola aggiunta di muristellu. Rispetto al millesimo presentato nella guida Vitae 2018, siamo andati a ritroso con questa annata 2012, con risultati entusiasmanti. Granato intriso di vivacità. L’impatto olfattivo stordisce quasi con la sua opulenza, con sentori di ciliegia sotto spirito, cacao e polvere pirica, arricchiti da note terziarie. Il sorso avvolgente mostra un riuscito equilibrio fra tannini di squisita fattura e rimandi salini che sfumano lentamente. Rimane in barrique per 12 mesi.

Cannonau di Sardegna Classico MonteTundu 2014 – Berritta – Dorgali (NU)

Collocata nella valle di Oddoene, uno dei cru più prestigiosi dell’areale dorgalese, l’azienda della famiglia Berritta coltiva vigneti e ulivi da diverse generazioni. Questa etichetta deve il nome al Monte Tundu (rotondo), una delle alture che dominano la valle. Rubino compatto e vivace. Bagaglio aromatico incardinato su frutto e spezie, che si ripropone coerentemente all’assaggio, dove la generosa dotazione alcolica trova valido contrappunto in una decisa componente fresco-tannica. Lungo e appagante finale. Riposa per 18 mesi in botte grande.

Cannonau di Sardegna Kuéntu Riserva 2012 – Poderi Atha Ruja – Dorgali (NU)

Anche l’azienda della famiglia Pittalis si trova nella suggestiva valle di Oddoene e prende il nome da un’alta falesia calcarea di colore rosso che delimita la vallata. Fra le tre versioni di Cannonau presenti in gamma, la Riserva Kuéntu è quella più dotata di potenziale evolutivo. Rubino sorprendente, denso e vivace con riflessi ancora giovanili. Il complesso profilo aromatico, giocato sul binomio frutto-spezie, con la componente balsamica di supporto, esprime con grande coerenza il territorio di provenienza. Il percorso gustativo regala un mirabile equilibrio tra le grassezze gliceriche e la componente acido-sapida, spalleggiata da raffinati tannini verso il lungo finale di pura emozione. Maturazione di 24 mesi in tonneau.

Cannonau di Sardegna Classico D53 2014 – Cantina Dorgali – Dorgali (NU)

Storica realtà cooperativa, diventata nel tempo vessillo di un territorio vocato come quello dorgalese. Il rigoroso lavoro di analisi e selezione interna ha portato a una notevole crescita qualitativa della produzione, che vede il Cannonau come naturale protagonista. La sfida della nuova tipologia Classico è stata accettata e vinta con il fuoriclasse D53, celebrativo dell’anno di fondazione della Cantina. Il millesimo 2014, tra le eccellenze della guida Vitae 2018, si presenta a qualche mese di distanza ancora più convincente, col suo colore rubino smagliante, quintessenza dell’eleganza declinata su un carrello olfattivo variegato e arricchito dai soffi balsamici e una beva di estrema compostezza. Lungo e regale il finale, impreziosito da suadenti note tostate. Evolve per 2 anni in botti di diverse dimensioni.

Cannonau di Sardegna Nepente di Oliena Corrasi Riserva 2012 – Cantina di Oliena – Oliena (NU)

Storica Cantina sociale fondata nel 1950, emblema di un territorio vocatissimo, citato da Mario Soldati e prima ancora da Gabriele D’Annunzio che legò il nome Nepente al vino locale. Il sempre valido livello qualitativo ha fatto recentemente un ulteriore salto in avanti, come testimonia questa Riserva. Granato vivace. Bagaglio olfattivo variegato ed elegante, incentrato sul binomio frutta-spezie. Al gusto, la struttura rilevante si propone con discrezione, disegnando un percorso gustativo coinvolgente, con tannini vellutati, che sfuma lento su toni di espressiva territorialità. Per 24 mesi tra acciaio e barrique.

Cannonau di Sardegna Nepente di Oliena Classico Carros 2013 – Cantina Fratelli Puddu – Oliena (NU)

Ai piedi del monte Corrasi, l’azienda agricola dei Fratelli Puddu oltre alla produzione vinicola comprende diversi ettari di oliveti e un rinomato salumificio. Questo Classico evoca nel nome un antico villaggio nuragico situato nel territorio di Oliena e nasce dal vigneto di Orbuddai. Un luminoso rubino trasparente introduce un impatto olfattivo di eleganti note floreali e fragranti frutti rossi. Beva strepitosa, con un tannino ancora giovane ma composto e fine. La lunga persistenza ripropone il raffinato alternarsi di toni floreali e fruttati, arricchiti da una gradevole scia sapida. Riposa in botti di grande capacità.

Cannonau di Sardegna lolei 2016 – Azienda Agricola Puddu Salvatore – Oliena (NU)

Antonio Puddu è un giovane enologo formatosi a San Michele all’Adige e fa parte dello staff di un efficiente laboratorio d’analisi con sede a Nuoro. All’interno dell’azienda di famiglia ha realizzato questo Cannonau che nel nome, lolei, rievoca un’antica civiltà nuragica, detta anche Iliense. La vigna si trova nella parte più alta di Oliena. Il vivacissimo e denso colore rubino rivela subito la gioventù del vino. Un frutto rosso perfettamente maturo segna l’impatto olfattivo. La vibrante acidità sollecita la beva, appetitosa e invitante, ma c’è anche tanto altro, per una fase gustativa già di altissimo livello, che troverà presto una fisionomia definita. Vinificazione in acciaio.

Cannonau di Sardegna Classico Soroi 2013 – Cantine di Orgosolo – Orgosolo (NU)

Questo centro barbaricino, reso celebre dai murales che ricoprono gran parte delle abitazioni, negli ultimi anni si è affacciato con decisione sul palcoscenico enologico isolano, grazie a una batteria di vini dal carattere ben definito e in crescita qualitativa, come questo Soroi (toponimo del vigneto), etichetta di punta dell’azienda. Il colore è granato con vivaci sfumature giovanili; l’articolata fase olfattiva, impreziosita da raffinati soffi balsamici, passa il testimone a un assaggio vigoroso e rotondo, con la generosa dotazione alcolica perfettamente integrata e una batteria di tannini di grande ricercatezza. Matura per 24 mesi in tonneau.

Cannonau di Sardegna Giuseppe Sedilesu Riserva 2010 – Sedilesu – Mamoiada (NU)

Da una trentina d’anni Giuseppe Sedilesu si dedica alla viticoltura. A inizio millennio prende vita l’azienda attuale con il fattivo contributo dei numerosi figli e nipoti (tredici in totale), che nel tempo hanno accresciuto i ranghi della squadra. Mamoiada è presente fin dal logo aziendale, che richiama la celebre maschera del Mamuthone. La Riserva intitolata al fondatore proviene da una rigorosa selezione di viti tra i quaranta e i cento anni. È il campione più evoluto tra quelli proposti ed esibisce una forma invidiabile. Colore granato vivo, senza cedimenti, tipico dell’areale. Il ricchissimo ventaglio olfattivo propone in maniera composta aromi intensi di pregiate confetture, sostenuti da note terziarie e di inchiostro. Il sorso, generoso, appagante e austero, denota equilibrio ed eleganza, e si esalta nel finale interminabile. Riposa per 24 mesi in botte grande.

Cannonau di Sardegna Barrosu Riserva Franzisca 2015 – Giovanni Montisci – Mamoiada (NU)

Giovanni Montisci, meccanico convertito da una ventina d’anni alla viticoltura, è diventato, in tutta Italia e anche fuori dai confini nazionali, ambasciatore della sua Mamoiada, piccolo centro della Barbagia più selvaggia, che ospita alcune delle vigne più alte e più vecchie del panorama isolano. Questo Cannonau si mostra ambizioso fin dal nome, Barrosu (spavaldo, in limbo, la lingua locale). Questa Riserva proviene dalla vigna intitolata alla moglie Francesca. Da poco imbottigliata, mostra un giovanile colore rubino e note olfattive di ciliegie in infusione e spezie piccanti.Al gusto i tannini vigorosi trovano valida sponda nella dotazione alcolica e glicerica, disegnando una beva possente e generosa che chiude asciutta ed elegante.Trascorre 24 mesi in tonneau e botte grande.

Cannonau di Sardegna Berteru Riserva 2015 – Gungui – Mamoiada (NU)

Dopo studi ed esperienze lavorative milanesi, in ambiti estranei alla viticoltura, il poco più che trentenne Luca Gungui non ha resistito al richiamo della terra natia, la Sardegna, e in particolare Mamoiada, riprendendo in mano il vigneto di famiglia. La prima vendemmia è datata 2015: il cannonau base Berteru (sincero, in limbo) è andato presto esaurito, così come il millesimo 2016. E le 1000 bottiglie di questa Riserva sono destinate a ripercorrere la stessa strada. Il vivace rubino trasparente dichiara subito i toni giovanili, confermati dall’olfatto fruttato-floreale di lampone e peonia, veicolato da sottili note eteree. Bocca invitante, corredata di freschezza, tannini fini e lungo finale delicatamente fruttato. Matura in acciaio e tonneau.

Cannonau di Sardegna Classico Sa Scala 2014 – Pusole – Baunei (OG)

Dopo la formazione e le prime esperienze lavorative in Langa, il giovanissimo Roberto Pusole è tornato nella sua Ogliastra, tra Baunei e Lotzorai, agli inizi del decennio, creando insieme al fratello questa azienda che, oltre ai vigneti, comprende un allevamento di suini di razza sarda certificata. Sa Scala è ottenuto da viti di cinquant’anni impiantate nell’omonimo cru. Rubino giovanile. Impatto olfattivo territoriale, con geranio, legno di ginepro, bacche di mirto in infusione, confettura di frutti rossi e speziatura gentile. L’impronta selvatica torna anche al gusto, deciso e avvolgente, che sfuma su toni di cioccolatino alla ciliegia. Riposa in barrique.

Cannonau di Sardegna Naniha 2015 -Tenute Perdarubia – Cardedu (OG)

Attiva dal 1949, grazie alla passione di un grande personaggio come Renato Mereu l’azienda è tornata alla ribalta nel panorama enologico isolano, dopo qualche anno di pausa produttiva, con questo vino del millesimo 2015, ottenuto da viti a piede franco, come tutti i prodotti aziendali, e interamente lavorato in acciaio. Dalla vendemmia 2017 torneranno in produzione anche le altre classiche etichette. Il rubino trasparente introduce la giovanile e composta dotazione olfattiva, con infusione di carcadè e lampone in evidenza. Bocca fresca, appetitosa ed elegante. Alcol perfettamente integrato, finale rispondente e sapido. Vinificazione in acciaio.

Cannonau di Sardegna Josto Miglior Riserva 2014 – Antichi Poderi Jerzu – Jerzu (OG)

All’inizio degli anni Cinquanta Josto Miglior, medico condotto di Jerzu, riuscì a coinvolgere i viticoltori locali nella creazione della Cantina sociale. Da allora questa realtà cooperativa, recentemente ribattezzata Antichi Poderi, ha rappresentato un punto di riferimento per l’Ogliastra e per tutta la Sardegna, legando indissolubilmente il proprio nome a quello del Cannonau. Per l’etichetta intitolata al fondatore sono impiegate le uve delle vigne alla maggiore altitudine. Rubino denso e vivace. L’ampio bouquet, con bacche di mirto su un sottofondo balsamico-resinoso, si incarna in una dinamica gustativa di estrema eleganza, protendendosi verso un finale lunghissimo in un riuscito interscambio tra note fruttate e speziate. La buona freschezza e i tannini ancora vigorosi lasciano intravedere un grande potenziale evolutivo. Soggiorna per 12 mesi in barrique.

Di Giorgio Demuro – Fonte: Vitae n° 16, rivista ufficiale AIS (Associazione Italiana Sommelier).

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