Protocollo Missouri 1860: negligenza consapevole o disastro accidentale?
In natura le piante vengono nominate col loro nome, pertanto un pino è semplicemente un pino e un melo resta un melo, ma per la vite, compagna di viaggio dell’uomo lungo il cammino della civilizzazione, si è voluta fare un’eccezione: le abbiamo affiancato la parola composta “piedefranco”.
Certo, se non fosse stato per la tragica invasione della fillossera, i cui danni vennero accertati a partire dal 1863, forse non sarebbe stata necessaria tale associazione tra parole, ma deve poter essere rilevato che, in luogo di Vitis Vinifera, piedefranco venne coniato per diversificare ciò che esisteva già in natura dal portinnesto.
Fermo restando che piedefranco sia evocativo dell’unica forma di viticoltura nota, fino a 150 anni fa, e per quanto sia termine bellissimo, esso resta una sorta di neologismo della seconda metà del 1800, fabbricato ad hoc per contrapporre e diversificare l’autentico dalla salvifica soluzione, gentilmente offertaci dagli statunitensi, che ha contribuito a lasciare in vita ciò che rimaneva dell’ampelografia europea.
Ciò che segue non vuole commensurare il peso della parola piedefranco, attraverso un’analisi filologica che consenta di comprendere l’efficacia di trasmettere o meno una storia portentosa lunga ben 8000 vendemmie, né tantomeno vuole fare riferimento all’uso della stessa parola entro la comunicazione del vino, che è andata via via scemando. Ma se ne potrebbe parlare…
Questo pezzo è una semplice riflessione basata su dei ragionevoli dubbi, per far luce e per osservare i fatti storici da diverse prospettive. Il Protocollo Missouri 1860 è il nome fittizio dato a questa riflessione, in cui ciò che perplime attiene ad almeno cinque aspetti:
Il progresso scientifico degli Stati Uniti in campo agronomico e non solo.
La conoscenza della fillossera in tutto il suo ciclo vitale e dei potenziali rischi.
Un metodo desueto di spedizione delle barbatelle verso l’Europa
La Dottrina Monroe evidentemente incidente non soltanto in ambito geopolitico
L’accettazione affrettata dell’ipotesi di danno incidentale e la totale accettazione della soluzione da parte degli atenei.
Si dice che gli incidenti non accadono ma vengono provocati ed è sempre il fattore umano a determinarli. Ciò che è accaduto nella seconda metà del 1800 sarà stata negligenza consapevole o disastro accidentale?
Come una serie di asimmetrie tecnologiche hanno ridisegnato il destino del vigneto antico
Per comprendere l’arrivo della fillossera in Europa, bisogna guardare indietro di oltre 150 anni fa, tra le colline della Virginia e i corridoi di Washington. La crisi che ha sconvolto l’Europa non è figlia del caso, ma il punto di arrivo di un percorso istituzionale nato anche dai sogni infranti di chi voleva gli Stati Uniti diventassero il più grande vigneto delle Americhe. Tutto comincia infatti tra il 1771 e il 1807.
Thomas Jefferson, a Monticello, annotò nei suoi Garden Books il fallimento di 287 viti europee. Morivano tutte, sistematicamente. Jefferson non sapeva perché, ma quella sconfitta agronomica americana divenne il seme di un desiderio di risarcimento e rivalsa sul fallimento. La risposta arrivò nel 1855, quando Asa Fitch pubblicò le osservazioni sulla resistenza delle viti selvatiche americane: aveva capito che nel suolo americano viveva un agente letale, innocuo per le viti locali ma fatale per quelle europee.
L’eredità di Fitch e il perfezionamento dello studio sul terrifico afide
Oltre l’indiscusso merito della scoperta, Asa Fitch sottovalutò la pericolosità della fillossera, fermo restando il contesto scientifico che non gli consentiva di rilevarne la vera natura. Fu Charles Valentine Riley a raccogliere il testimone di Fitch nel 1860 e non fu certo un semplice osservatore: studiò e decodificò l’intero ciclo polimorfico della fillossera. Capì come l’insetto mutasse forma, dalle foglie alle radici, rendendosi invisibile per chi possedeva acume e spirito di osservazione.
Il trasporto ideale
Il tempo del vapore fece il resto. Tra il 1858 e il 1862, i piroscafi come la Pereire accorciarono la traversata a soli quindici giorni. La fillossera poteva viaggiare più comodamente impiegando più tempo per arrivare sulla sponda europea, ma sarebbe sopravvissuta alla traversata?
La prima traccia documentata comparve a Londra: il 30 gennaio 1863, il professor John Obadiah Westwood identificò il parassita sul Gardeners’ Chronicle. Ma il colpo di grazia partì dai vivai del Missouri. Riley e Isidor Bush, ben sapendo che il parassita non sarebbe sopravvissuto al trasporto tradizionale a secco, imposero il sistema “zolla e muschio”: barbatelle vive in terra umida. Un incubatore perfetto creato apposta per far arrivare l’afide vivo, soprattutto perché i protocolli dell’epoca prevedevano la spedizione lenta, con barbatelle secche e avvolte nella paglia. Quando Balthazar Puget le piantò a Roquemaure nel 1863, il “paziente zero” era servito.
La resa: Montpellier e la morsa delle banche
Al Congresso di Montpellier del 1874, la scienza ufficiale scelse l’innesto. Fu la vittoria della “soluzione bionica” di Riley e Planchon sopra le resistenze naturali dei suoli franchi suggerite da Leo Laliman. Fu qui che l’operazione si fece finanziaria: iniziò l’era dei ricarichi speculativi del 400% dei cataloghi Bushberger e del drenaggio di capitali verso l’America. Le banche, con in testa il Crédit Lyonnais, non furono spettatrici: finanziarono la ricostruzione imponendo il modello americano, trasformando un debito biologico in un debito bancario perpetuo.
La crisi fillosserica si spoglia della sua veste di mero accidente fitopatologico per rivelarsi come un evento di frattura della storia della botanica europea e dell’indipendenza produttiva nel perpetuare la rigenerazione dei vigneti. Ciò a cui abbiamo assistito, forse, non è stata soltanto la salvezza di un patrimonio, almeno non in tutto, bensì a una forma complessa di transizione tecnologica applicata alla scienza agronomica, attraverso un dispositivo industriale vincolato e gentilmente offerto alle università europee.
Sotto il profilo scientifico, l’imposizione del protocollo d’innesto ha sancito la fine della vite come organismo “autogovernato” pertanto. Gli studi più recenti di genomica e trascrittomica, molti dei quali pubblicati su testate del calibro di Nature Plants, hanno evidenziato come l’unione forzata tra la Vitis vinifera e i portinnesti selezionati nel Missouri abbia generato una disconnessione dei segnali biochimici tra apparato ipogeo ed epigeo.
Resta il vino, certo. Ma resta anche il dubbio che, sotto la cicatrice dell’innesto, si nasconda il prezzo di una sovranità tecnologica avanzata e di una riconoscenza a salvatori dell’ampelografia europea, o almeno di ciò che ne è restato, che non abbiamo mai smesso di pagare. A questa generazione non resta che apprezzare, salvaguardare e valorizzare quel che resta di un mondo che al prezzo del progresso rinuncia all’evoluzione.
Proprio la Sardegna, fulgido esempio di valorizzazione della viticoltura a Piede Franco, sta dimostrando negli ultimi anni quanto un certo modello dell’allevamento della vite, condotto con somma cognizione, sia assolutamente efficiente, percorribile e rivalutabile sotto ogni punto di vista. L’isola, un continente a sé per la sua peculiare biodiversità, è la dimostrazione di come il DNA della Vitis Vinifera si sia mescolato a quello dell’uomo in una relazione tra esemplari centenari, pianta e umano, ancora capaci di un dialogo sano, fatto di radici e tradizioni profonde. D’altronde, anche l’assiduo lavoro di Mariano Murru, tra i maggiori studiosi e sostenitori di questa forma di allevamento, fa ben sperare: il Piede Franco è l’unicità nell’unicità della viticoltura del Vecchio Mondo e può costituire non soltanto una nicchia di mercato, ma un asset economico per tutto il territorio, attraverso il destination management system e quindi l’enoturismo.
Articolo di Gaetano Cataldo.

