Sémida, il Semidano che non ti aspetti: Tenute Perda Rubia lo porta in Ogliastra
Con la vendemmia 2024 nasce il primo Sardegna Semidano DOC dell’azienda di Talana. Un vitigno quasi scomparso, finora legato alla zona di Mogoro, che trova una nuova casa sui graniti della Costa Orientale
Il Semidano è un vitigno che ha rischiato di sparire. Diffuso in tutta la Sardegna fino alla fine dell’Ottocento, è stato tra i più colpiti dall’epidemia di fillossera. Quando si è trattato di ripiantare, quasi ovunque gli è stato preferito il Nuragus: più produttivo, più resistente alle malattie, più affidabile nelle rese. Il Semidano è sopravvissuto in una piccola area tra le colline di Mogoro e il Campidano di Oristano, dove nel 1995 ha ottenuto la DOC con relativa sottozona. Fuori da lì, praticamente non esisteva più.
Oggi Tenute Perda Rubia lo riporta in Ogliastra con Sémida, Sardegna Semidano DOC vendemmia 2024. Un bianco in purezza da uve raccolte a mano e vinificate interamente in acciaio, con impiego esclusivo di mosto fiore.
Il nome e il progetto
Sémida in sardo significa “segno, piccola traccia”. Il richiamo al nome del vitigno è evidente, ma c’è anche un’altra lettura: è la traccia di un progetto che parte da lontano. «Nei primi anni Novanta mio padre Renato fece una prima prova su piede franco: erano poche piante, oggi purtroppo non più esistenti, ma già allora avevano mostrato un carattere straordinario e una grande affinità con questi suoli», racconta Mario Mereu, terza generazione alla guida dell’azienda. «Quel primo esperimento ci è rimasto in testa per anni. Sémida nasce proprio da lì, dalla volontà di recuperare un vitigno presente solo in Sardegna e restituirgli dignità.»
L’operazione non è solo sentimentale. Il Semidano su suoli granitici è una novità assoluta: la quasi totalità della produzione esistente proviene da terreni argilloso-calcarei della zona di Mogoro. In Ogliastra il terroir è radicalmente diverso — graniti antichi, profondi, ricchi di minerali — e il risultato nel bicchiere cambia di conseguenza.
Il vino
Sémida si presenta con 11,5% vol., giallo paglierino tenue, profumi di frutta bianca ed erba aromatica, un sorso sapido e fresco, con acidità naturale ben calibrata. Le escursioni termiche significative e i venti dal mare contribuiscono alla definizione aromatica. Le viti, allevate a guyot ramificato in regime integrato, lavorano su rese contenute per garantire concentrazione.
La vinificazione è essenziale: ammostatura immediata dopo la raccolta, fermentazione e maturazione in acciaio. L’uso esclusivo del mosto fiore riduce ulteriormente le rese ma punta tutto sulla purezza del frutto.
Tenute Perda Rubia: tre generazioni tra Cannonau e vitigni dimenticati
L’azienda nasce nel 1949 per mano del commendator Mario Mereu, nonno dell’attuale titolare. La prima cantina è a Cardedu, e da subito la produzione si concentra sul Cannonau: Perda Rubia è tra le prime etichette sarde a proporre il vitigno in purezza. Il vino finisce nel libro di Mario Soldati “Vino al vino”, dove Mereu viene descritto come «un artigiano puro che utilizza metodi moderni» e il suo Cannonau definito «una perla».
Nel 1971 il testimone passa a Renato Mereu, che impianta i primi vigneti di proprietà. Dal 2014 l’azienda è nelle mani della terza generazione: Mario Mereu ha avviato un rilancio complessivo con nuovi impianti, ampliamento della gamma, restyling dell’immagine e apertura al pubblico con visite e degustazioni.
Oggi la tenuta si estende su circa 600 ettari, di cui 20 vitati. Il resto ospita uliveti, boschi e campi di cereali antichi, tutti in regime biologico. I vitigni in produzione sono Cannonau, Vermentino, Nuragus, Muristellu e, appunto, Semidano. L’enologo è Piero Cella.
Con Sémida, Tenute Perda Rubia aggiunge un tassello a un percorso che punta sulla biodiversità viticola dell’isola, dimostrando che certi vitigni dimenticati possono trovare nuove espressioni in territori diversi da quelli tradizionali. Non è il primo caso in Sardegna — si pensi al lavoro di diverse cantine sul Muristellu o sul Cagnulari — ma portare il Semidano su granito, fuori da Mogoro, è un esperimento che vale la pena seguire.

