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Viticoltura nuragica e punica in Sardegna: nuove rivelazioni da progetto Marie Curie

Uva antica

Un recente studio condotto dal Dott. Mariano Ucchesu, archeologo botanico ed ex assegnista di ricerca dell’Università di Cagliari, getta nuova luce sulle origini e l’evoluzione della viticoltura in Sardegna. La ricerca, parte di un progetto Marie Curie Fellowship (2021-2023) intitolato “Origins and spread of viticulture and winemaking in Italy”, si basa su un’analisi comparativa di resti archeobotanici provenienti da due importanti siti sardi.

Ucchesu, specializzato nello studio dei resti vegetali in contesti archeologici, ha precedentemente contribuito in modo significativo alla comprensione dell’alimentazione preistorica e delle origini dell’agricoltura. Il suo lavoro precedente, pubblicato su “Vegetation History and Archaeobotany”, aveva già rivelato la presenza di uve domestiche nel sito di Sa Osa a Cabras, datando la più antica forma di viticoltura nel Mediterraneo occidentale a circa 3000 anni fa.

Con il nuovo progetto Marie Curie, ottenuto con finanziamenti dal programma di ricerca e innovazione Horizon 2020 dell’Unione Europea nell’ambito della borsa di studio Marie Skłodowska-Curie (accordo di sovvenzione n. 101019563—VITALY), e svolto presso il CNRS Francese di Montpellier, sono emersi nuovi preziosi dati sulla viticoltura della Sardegna in epoca Nuragica e Punica. Il nuovo studio amplia questa ricerca confrontando i vinaccioli rinvenuti a Sa Osa e nel sito archeologico di Nora con un vasto database di uve moderne. I risultati suggeriscono che già in epoca nuragica si coltivassero varietà molto simili alle attuali Cannonau e Moscato bianco, offrendo una prospettiva inedita sulla storia viticola della regione.

L’indagine, che copre periodi dalla tarda età del bronzo all’età del ferro, fornisce evidenze di una viticoltura avanzata in Sardegna, con implicazioni significative per la comprensione dei flussi genetici e delle pratiche agricole nel Mediterraneo antico.

Leggi l’articolo completo in formato .pdf

Conclusioni del lavoro:

“Il nostro studio ha contribuito a comprendere la complessa storia della viticoltura in Sardegna. Analizzando semi di vite provenienti da due siti archeologici risalenti alla tarda età del bronzo e all’età del ferro, abbiamo chiarito le dinamiche della coltivazione della vite e fornito preziose intuizioni sull’emergere della viticoltura nel tempo. Durante la tarda età del bronzo, la maggior parte dei semi di vite era classificata come domestica, con una piccola percentuale assegnata alla categoria selvatica, mentre la maggior parte dei semi di vite dell’età del ferro era classificata come domestica. La prova della coltivazione di uve bianche e rosse in entrambi i periodi suggerisce uno stadio avanzato della viticoltura, potenzialmente influenzato da un’introgressione intenzionale con cultivar domestiche esterne. Le analisi morfometriche hanno collegato i semi di vite archeologici a cultivar moderne del Caucaso e dei Balcani, suggerendo che la grande diversità delle viti in Sardegna è il risultato dell’incrocio tra cultivar orientali e viti locali. Inoltre, un’alta percentuale di semi di vite archeologici ha mostrato caratteristiche morfometriche simili a due importanti cultivar di uve mediterranee: “Muscat à petits grains blancs” (Moscato bianco) e “Garnacha” (Cannonau).”

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